13/07/2015 19.50.59

L'avvocato Antonio Dello Preite che per Luceraweb cura la rubrica di questioni legali

Egregio Avvocato,
il mio compagno, per "scambio di persona", è stato detenuto ingiustamente per 21 giorni e poi c'è stata l'archiviazione del reato.
Ora sta procedendo per il risarcimento. E' stato senza lavoro per circa 6 mesi, poi ha lavorato, anche se, secondo lui, non ottiene assunzioni a tempo indeterminato perché l'ingiusta detenzione in qualche modo viene "scoperta". Proprio a causa di un problema lavorativo versa da alcuni mesi in una depressione ossessivo maniacale ed è in cura presso il centro di igiene mentale di paese. L'avvocato che sta seguendo il caso, dopo aver visto tutta la sua documentazione psichiatrica e che in questo momento non riesce a sostenere lo stress di una perizia psichiatrica, sostiene che la Procura, per risarcimenti entro Euro 20.000,00 paga subito, e, per gli altri porta alla lunga, decidendo che sono sufficienti appunto questi documenti dove c'è esplicitato il disturbo psichico e ritenendo di non dover procedere con la perizia psichiatrica. Noi ci chiediamo se è giusto e se invece forse ci precludiamo un ulteriore risarcimento.
Grazie e cordiali saluti.
Ines

Gentile signora Ines,
bisogna chiarire dei concetti di base, altrimenti si possono avere, poi, risultati imprevisti e deludenti.
Tenga presente che la Procura non è l’Ente pagatore e gli eventuali importi da versare sono deliberati sulla base di una serie di fattori (non ultimo quello di eventuali risvolti sociali e sanitari come nel Suo caso) dalla Corte d’Appello che decide a seguito della presentazione di un ricorso.
Nel caso in questione la Giustizia ha riconosciuto l’innocenza di un imputato. Non si versa, quindi, in tema di "errore giudiziario", ossia con una persona condannata definitivamente di cui, dopo, si scopre l'innocenza.
L'unico indennizzo riconoscibile è la "riparazione per l'ingiusta detenzione" e cioè il riconoscimento di una somma a ristoro di quei 21 giorni di custodia carceraria e/o domiciliare sofferta e sempreché ne ricorrano gli estremi.
La riparazione per ingiusta detenzione è contemplata dagli artt.314 e 315 del codice di procedura penale e regola gli indennizzi da versare alla persona ingiustamente detenuta in custodia cautelare e prosciolta, poi, con sentenza definitiva passata in giudicato.
Per Legge, l’indennizzo non può eccedere comunque la somma di euro 516.456,90 ed il ricorso alla Corte d’Appello competente deve essere presentato nel termine perentorio di due anni dal passaggio in giudicato della sentenza di proscioglimento (e cioè assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o perché non è previsto dalla legge come reato), al termine del quale, l’istante “… ha diritto ad un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave …” .
Cosa vuol dire quest’ultima frase? Che la sola sentenza di assoluzione non è sufficiente – come purtroppo molti credono – ma occorre verificare se quell’arresto o ordinanza di custodia cautelare non siano stati causati dal soggetto, prima incarcerato e poi assolto, poiché i Giudici della Corte, andranno a verificare (ovviamente) non la sentenza assolutoria, ma se, al momento della cattura, il richiedente abbia avuto una condotta tale da “provocare” la misura coercitiva che lo ha colpito.
Le faccio un esempio per far comprendere meglio il concetto. Tizio, pluripregiudicato, sottoposto ad intercettazione ambientale, parlando con un altro noto malavitoso, per rendersi grande a suoi occhi, gli riferisce di una serie di armi ben occultate in determinati posti, fuori della sua casa, vantandosi di prendere in giro le frequenti perquisizioni delle forze dell’ordine che di volta in volta non trovano nulla, oltre a precisazioni sul come prepararsi a fare un azione a mano armata. Tizio, sulla base del tenore gravissimo di tale intercettazione, viene arrestato e, tra carcere ed arresti domiciliari, subisce una custodia cautelare di oltre un anno. Poi nel processo di merito viene assolto perché le armi non si trovano e si capisce che il tutto è stata una “sbruffonata”. La Corte, nonostante l’assoluzione, ha escluso il diritto all’indennizzo, perché Tizio, con il suo riprovevole comportamento, ha causato la sua cattura, che, altrimenti, non ci sarebbe stata.
In un altro caso, ad esempio, l’indennizzo non è riconosciuto, quando l’imputato prosciolto – sussistendone le condizioni – “sposta” la sua custodia ingiustamente sofferta, su un’altra condanna da eseguire, estinguendola o riducendola (c.d. fungibilità di pena).
Per concludere, non conosco il motivo per cui il Suo compagno è stato arrestato, ma, solo sulla base delle considerazioni che ho fatto prima avrà o non avrà diritto all’indennizzo.
Attenzione a non commettere un altro sbaglio: questa procedura dà luogo ad un indennizzo e non ad un risarcimento dei danni vero e proprio (che è tutt’altro e ben maggior concetto).
Ad ogni modo il Legale potrà depositare tutta la documentazione psichiatrica, se con questa ritiene di perorare meglio la causa e sottolineare il grave trauma al fine di ottenere una liquidazione più vantaggiosa, anche se non esistono tabelle o criteri scritti, per cui il tutto è rimesso alla discrezione della Corte giudicante.
Auguri per il felice esito della vicenda.
Avv. Antonio Dello Preite

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