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Il “cammino” di monsignor Giuliano

Dopo il suo ingresso a Troia, si è sostanzialmente completato il ciclo di presentazioni formali e saluti ufficiali al nuovo vescovo della diocesi Giuseppe Giuliano. Secondo quelli che lo hanno già conosciuto e preso contatto con lui, il pastore campano pare voglia integrarsi subito e conoscere il più possibile luoghi e persone della sua nuova chiesa locale. Già all’indomani mattina del suo insediamento del 4 febbraio, è stato visto passeggiare nel centro storico di Lucera, conversando e benedicendo quanti si sono fermati per salutarlo con simpatia e cordialità, due sentimenti che ricambia in maniera naturale, assieme a uno sguardo limpido e sereno e con un sorriso aperto che forse è più eloquente di qualunque discorso.
Ma pure questi non sono stati meno chiari nel giorno del suo arrivo, facendo capire immediatamente quali saranno le direttrici del suo episcopato.
Il pastore si è mostrato subito aperto a un “dialogo rispettoso e sereno” con le 19 amministrazioni comunali che ricadono nel territorio diocesano, per ascoltare “il racconto delle potenzialità e delle criticità di questa nostra terra ed anche dell'apporto che la Società civile si attende dalla Comunità ecclesiale”, dichiarando subito che per lui “le parole persona umana e bene comune, legalità e giustizia, formazione ed educazione, pace e solidarietà, malato e anziano, speranza e ragazzi, giovani e lavoro… hanno un senso, sono ricche di contenuto e di promessa e chiedono di essere vissute”. 
Il vescovo ha evocato spessissimo il concetto e il movimento del “cammino”, perché “il cammino è immagine paradigmatica della vita cristiana intesa come sequela di Gesù”. 
Insomma, sul percorso che la sua nuova comunità deve compiere, monsignor Giuliano ha le idee chiare, nel solco della linea tracciata da Papa Francesco. E con il pontefice condivide (suo malgrado) anche una sorta di aspettativa popolare di chissà quali profondi interventi debbano essere operati rispetto al passato, specie per riavvicinare la gente alla Chiesa.
“Vogliamo camminare insieme – ha sottolineato - senza attardarci negli angoli noiosi del ‘si è sempre fatto così’, o nelle apparenze della superficialità e neppure nelle piazzole della pigrizia, senza cadere nella trappola del clericalismo farisaico o in quella della superbia dei luoghi chiusi, disponibili a rivedere il ‘già fatto’ e a fare un passo innanzi nell'orizzonte sempre nuovo del Vangelo. Cresciamo nella nostra fede, senza paura del dialogo tra gli uomini di culture e religioni diverse. Coltiviamo con perseveranza la preghiera quale fondamento di un'esistenza veramente cristiana, prendendo cioè sul serio sia la preghiera che la vita cristiana”.

Tuttavia anche la parola rispetto è molto ricorrente, con tutti e con tutto, così come una ricerca di franchezza dei rapporti che nasce anzitutto dallo sguardo, anzi dal guardarsi negli occhi, senza filtri. 
“Quando gli io e i tu s'incontrano – ha detto nella sua prima omelia - generano il noi. È il noi della famiglia in cui ci si vuol bene, è il noi del gruppo in cui si fa a gara nello stimarsi a vicenda, è il noi della comunità in cui ci si accoglie vicendevolmente e vicendevolmente ci si accompagna nel cammino dei giorni. È il noi dello spezzare il pane, del sostenere il debole, dell'ospitare lo straniero e del vestire chi è nudo. È il noi di chi non distoglie gli occhi dalle miserie altrui. È il noi di chi si occupa della propria gente e della propria città, di chi trova guarigione alle proprie ferite nel guarire le altrui ferite. È il noi del popolo nel quale si cammina insieme, senza fughe in avanti, né pigrizie”. Al contrario, nella Chiesa non c’è spazio per l’inerzia, la distanza e la rivalità che “fanno ammalare tutti di asfissia”. 
“Il terrorismo delle chiacchiere – ha ribadito - la pratica della mormorazione, la competizione portata al parossismo sono dei vizi subdoli, il più delle volte nascosti nella viltà dell'anonimato. Non ci si può richiamare al Vangelo ed essere, al contempo, chiusi alle opere del Vangelo tra gli uomini. Fede e chiusura sono termini che si escludono a vicenda. Una Chiesa chiusa in se stessa si ammala per mancanza d'aria. Nei nostri ambienti si deve poter respirare l'aria pulita e montana del Vangelo”.

Riccardo Zingaro

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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