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Storia e strategie della famiglia Capobianco

La famiglia Capobianco, con le due immobiliari Caterina e Stefania, nei tribunali amministrativi ha costruito una fortuna giudiziaria, con un’altissima percentuale di vittorie sia in primo che in secondo grado. Le sue iniziative nascono a seguito della contestazione di una variante del 1999 al Piano di Zona 167, ritenuto definitivamente scaduto dal Consiglio di Stato nel 2008, con tutte le conseguenze di nullità di atti e provvedimenti. In pratica quella delibera del Consiglio comunale del 23 marzo 1999 (che non passò dalla Regione Puglia come variante al PRG vigente) lese i diritti delle due aziende, perché nell’occasione la “Caterina” venne di fatto esclusa dalla graduatoria, poi approvata nel novembre successivo, e comprendente le società aventi diritto di prelazione, motivando il tutto con un presunto ritardato trasferimento della proprietà dei suoli fissato dal bando al 31 dicembre 1997.
Insomma un pasticcio intricato che i giudici hanno lentamente dipanato, perché da quell’errore iniziale è partita una lunga serie di contenziosi che parevano essere terminati nel 2010 con una sospirata transazione con il Comune poi perfezionate due anni dopo. E invece neanche quell’accordo si è quindi rivelato come la risoluzione del problema, nonostante fosse stato stipulato a condizione che sarebbero decadute tutte le altre pretese dei soggetti privati per le sentenze passate in giudicato e i contenziosi ancora all’epoca ancora in atto. 
L’immobiliare “Caterina” (con Antonio Capobianco che aveva vinto al Consiglio di Stato e aveva pure impugnato le delibere del Contratto di Quartiere) nell’accordo aveva ottenuto oltre 15 mila metri di cubatura di edilizia residenziale da realizzare su propri suoli in Viale Canova, stralciati dall’Amministrazione Dotoli dai famosi 48 alloggi di edilizia popolare la cui gara d’appalto aveva fatto registrare per tre volte un nulla di fatto. A questo si aggiunse l’ottenimento dei certificati di abitabilità degli appartamenti che sarebbero stati realizzati, la deduzione di 150 mila euro per gli oneri di urbanizzazione e il riconoscimento di un totale di 261 mila euro a titolo risarcitorio per l’occupazione senza titolo del Comune, oltre alla sopraelevazione di due piani di un altro edificio per altri 3.600 metri cubi. Come controparte al Comune, invece, sarebbero andati immobili per circa 5 mila metri cubi realizzati su una superficie di 1.500 metri quadri agli ultimi piani dei tre lotti assegnati e da destinare a uso uffici pubblici, il diritto di superficie del solaio per installare impianti fotovoltaici a servizio degli uffici e la cessione delle aree residuali per la realizzazione di standard urbanistici.
Per quanto riguarda l’Immobiliare “Stefania” (facente capo a Donato Capobianco e con un giudizio del genere ancora pendente, dopo che la Corte di Appello le aveva riconosciuto un risarcimento di 127 mila euro per l’esproprio dell’area su cui sorge la scuola Bozzini-Fasani), invece, aveva ottenuto il denaro stabilito in sentenza e la ritipizzazione di un’area adiacente di 5.700 metri su cui realizzare un complesso alberghiero. La contropartita sarebbe consistita in 80 metri quadri di suoli da restituire per ogni 100 metri di superficie realizzati dall’azienda, con facoltà di “monetizzare” la cessione e parzialmente compensata dai suoli già utilizzati da Palazzo Mozzagrugno proprio per la costruzione della scuola. 

r.z.

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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