10/10/2017 7.15.31

Cercasi parroco disperatamente (anche sui Monti Dauni)

Alberona ha il suo nuovo parroco. Domenica 29 don Michele Di Gioia ha fatto il suo ingresso in pompa magna nella chiesa della Natività di Maria Vergine. Il caloroso abbraccio degli alberonesi, con tanto di striscioni di benvenuto, ha avvolto il sacerdote, la piccola delegazione di lucerini che lo accompagnava e monsignor Giuseppe Giuliano, vescovo della diocesi di Lucera-Troia, che ha presieduto la santa messa. Un momento di festa, insomma, che ha coinvolto la piccola comunità di circa mille anime che attendevano da oltre un anno l’arrivo di un parroco.
E sì, perché da quando il predecessore di Di Gioia andò via, per le celebrazioni eucaristiche il paese ha potuto contare due sere a settimana e la domenica su un frate di Biccari, che ora si occupa di Castelluccio Valmaggiore. 
Per tutto questo tempo, quindi, eccetto quando andava il frate, la chiesa di Alberona è rimasta praticamente chiusa e solo la disponibilità di alcuni laici finora ha fatto sì che le porte si aprissero almeno per ciò che era ritenuto indispensabile. Per il resto, non si è mai potuto entrare liberamente nemmeno per una preghiera, tanto meno per confessarsi.
L’esempio pratico delle difficoltà generate dall’assenza di un parroco residente si è avuta, per esempio, in occasione dei funerali. Un decesso in settimana comportava l’impegno di alcuni laici a reperire un prete disponibile. I ministri straordinari si sono occupati di portare l’eucarestia agli ammalati e agli anziani in settimana. Inoltre, sono circa tre anni che non avviene un incontro tra catechisti del posto e quelli diocesani, gruppi come l’Acr non ci sono più, come pure le cresime, e soprattutto le catechesi, che - nonostante l’impegno e l’abnegazione di alcuni parrocchiani, che con tenacia hanno tenute vive molte attività e tradizioni - soffrono per l’assenza di una guida costante e di confronti diretti con formatori e figure diocesane che invece prima arrivavano periodicamente in paese. Insomma, tutto finora si è svolto in autogestione, senza che però qualcuno abbia dato indicazioni precise sul da farsi. 
Tutto questo, raccontano alcuni residenti, ha portato inevitabilmente e prevedibilmente ad un allontanamento delle persone dalla parrocchia e in special modo dei giovani. La chiesa, punto di riferimento anche fisico del piccolo centro dei Monti dauni, è rimasta chiusa troppo a lungo, e ciò ha prodotto delle ripercussioni anche nella vita sociale dell’intera comunità.
Quindi, l’annuncio della nomina di un nuovo parroco ha certamente entusiasmato coloro che attendevano un ritorno alla “normalità”. Tuttavia, la situazione sarà diversa da quella immaginata: poiché il sacerdote sarà a servizio part-time, presente in paese solo dal mercoledì sera alla domenica, poiché gli altri giorni sarà via per motivi di studio. 
Ora, Alberona non è certamente l’unico centro della diocesi a soffrire per questa condizione in cui, se tutto va bene, c’è la messa la domenica (pure a Lucera la stragrande maggioranza delle chiese rimane chiusa la mattina nei giorni feriali), eppure le domande da porsi sono tante. 
Prima tra tutte, come si può far crescere una comunità dal punto di vista spirituale senza una guida presente e costante? Una volta il parroco del paese era la figura di riferimento per tutti e per qualunque situazione. I dubbi, i problemi, e pure tante pene le si raccontavano al proprio parroco, che idealmente vestiva, a seconda delle occasioni, la tonaca, il camice dello psicologo, l’abito borghese del benefattore o del mediatore, ecc.
Alberona, come tanti altri comuni dei Monti dauni, non è una frazione sperduta di una qualche parrocchia del milanese in cui il sacerdote solitario deve contare obbligatoriamente sui laici per far fronte alle necessità di migliaia e migliaia di fedeli.
E don Michele Di Gioia non è certamente l’unico esempio di giovane sacerdote che sceglie di proseguire gli studi o a cui viene espressamente indicata dall’alto quella strada da seguire. Anche a Lucera ci sono parroci che, per recarsi nelle facoltà romane, o per frequentare gruppi di cui fanno parte, si assentano spesso e volentieri per diversi giorni consecutivi al mese e, non cercando o non trovando sostituti, affidano ai laici la distribuzione delle particole senza che venga celebrata la messa. 
In più occasioni, appena arrivato, lo stesso vescovo Giuliano aveva rimarcato che “in questa diocesi i preti devono fare i preti, perché servono sacerdoti e meno, per esempio, insegnanti o impiegati di uffici”. E quindi? 
Perché a Lucera, per esempio, molti sacerdoti hanno deciso di sopprimere la messa delle 8 del mattino nei giorni feriali (poca gente nei banchi?) e poi le celebrazioni domenicali, in alcune parrocchie, sono abbondanti durante la giornata sia come quantità che come numero di preti attorno all’altare?
Perché una simile disparità di “trattamento” nei confronti di, per esempio, Carlantino o Faeto? Un fedele che si vuole confessare in settimana a Celenza che deve fare? I Monti dauni stanno forse diventando terra di missione? 
La questione è molto più complessa di quello che sembra a prima vista. 
È chiaro che i residenti dei piccoli comuni non sono dei cristiani di serie B e che hanno diritto ad essere resi partecipi della vita diocesana, ed è vero che le loro piccole comunità sono considerate troppo ridotte numericamente per destinare loro un sacerdote in pianta stabile. Ciò non toglie che negli ultimi anni, mentre si assisteva al progressivo spopolamento dei paesi, i vescovi avrebbero potuto prevedere un progetto pastorale che andasse incontro alle mutate forme ed esigenze del territorio. Per esempio, si poteva pensare di chiedere ai sacerdoti diocesani la disponibilità di dividersi in coppie e gestire così più comunità, senza dover stanziare da soli in un luogo lontano o difficile da raggiungere; oppure affidare a un singolo sacerdote due (o tre) comunità distanti pochissimi chilometri. 
Invece nulla è stato fatto in questo senso e si è andati avanti semplicemente a riempire le caselle vuote grazie alla disponibilità di alcuni sacerdoti giovani. A volte la soluzione si è rivelata felice, altre decisamente meno, anzi perfino deleteria, perché, per quante attività si vogliano mettere in piedi in alcune comunità microscopiche, non tutti sono poi portati per la solitudine. Così, tante forze giovani sono state “bruciate” in queste esperienze di vita quasi eremitica.
Serve una strategia pastorale seria, basata anche sulla difficile conformazione del territorio, magari costruita anche esercitando pressioni sulle amministrazioni locali e provinciali, per rendere meno isolate tante zone della diocesi.

Alcuni sindaci dei comuni della diocesi di Lucera-Troia

Insomma, non solo catechesi, messe e attività parrocchiali programmate con criterio e sacerdoti sani spiritualmente (che, magari vivendo insieme riescono a gestire meglio le chiese affidate loro), ma anche strade decenti, che rendano materialmente raggiungibili i paesi. 
É questa la sfida che la diocesi di Lucera-Troia deve affrontare se desidera veramente rimanere in vita: da una parte un popolo di Dio che vuole e deve crescere, rendendosi conto però che tante cose sono cambiate e che bisogna collaborare in maniera diversa dal passato, dall’altra un progetto pastorale nuovo che cancelli i vecchi sistemi e sia innovativo nella sostanza. 
Papa Francesco auspica dall’inizio del suo pontificato una Chiesa in uscita, ma a guardare le situazioni di disagio che vivono tanti credenti, la verità che balza agli occhi nel territorio di Lucera-Troia è quella di una Chiesa un po’ troppo chiusa. In tutti i sensi. 

Enza Gagliardi

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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