19/11/2017 20.06.49

Servono 9 milioni per “risolvere” Alghisa

Con l’approvazione del progetto di massima e la successiva partecipazione al bando regionale, si rafforzano le speranze di risoluzione (e soprattutto rimozione) della grande quantità delle scorie industriale presenti fuori e dentro lo stabilimento dell’Alghisa, ormai da anni uno spauracchio ambientale i cui effetti nocivi sono però tutti da verificare.
Quella che è certa, invece, è la mole di materiale di varia natura che va effettivamente oltre i residui di alluminio, e quindi non strettamente collegata alla produzione metallurgica per l’industria automobilistica, attività svolta fino alla sua chiusura definitiva nel 2004, con successivo fallimento. 
Su una superficie di circa 8.000 metri quadri giacciono a occhio e croce 464 tonnellate di polvere di alluminio e 8.420 tonnellate di scorie saline di seconda fusione, ma anche altre scorie di provenienze misteriosa e inspiegabile.
Dalle analisi effettuate nel 2013, sono stati riscontrati superamenti dei limiti consentivi per sostanze come Antimonio, Berillio, Cromo, Nichel, Rame e Zinco, ma anche Cadmio, Mercurio, Piombo, senza però apparenti contaminazioni delle acque sottostanti. 
Per liberare tutta l’area servirebbe nove milioni di euro, cifra stimata nel progetto ma difficilmente assegnabile da Bari fin dalla prima battuta. È realistico pensare ad almeno la metà, forse due terzi, anche perché per il fondo previsto per la Capitanata per la “bonifica di aree inquinate” (24 milioni dei 109 messi in palio a livello pugliese) i pretendenti non sono pochi. 
Manca comunque il Comune di Troia con Giardinetto, perché la richiesta di Palazzo D’Avalos riguarderebbe solo una minima parte di quel sito industriale e relativa alla rimozione dell’eternit.
Quanto a Lucera, c’è fiducia e ottimismo di cominciare a mettere mano a uno storico bubbone ambientale, nonostante si tratti di impiegare soldi pubblici per un soggetto formalmente privato. In effetti il Comune ha deciso in buona sostanza di sostituirsi alla curatela giudiziaria, raggiunta a settembre da un’ordinanza (e un’altra simile era arrivata pure dalla Provincia) di messa in sicurezza  e rimozione, provvedimento che chiaramente non è riuscita ad adempiere per mancanza di fondi evidenziata a più riprese ormai da oltre un decennio.
La progettazione in realtà riguarda solo la rimozione del materiale che comporta anche trasporto e smaltimento specializzati, perché il vero argomento “bonifica” verrà affrontato solo a seguito di indagini e analisi chiamate a verificare se e quanto sia rilevante l’inquinamento in loco. 
In tutto questo si innesta, con una tempistica non ancora definita, quell’altro finanziamento già acquisito e relativo a piano di indagini, caratterizzazione dei rifiuti e analisi del rischio del sito, oltre all’annunciata copertura dei cumuli che, però, a questo punto potrebbe anche saltare in caso di concessione dei finanziamento per la loro rimozione.

Riccardo Zingaro

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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