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Partire è un po’… vivere

Vangelo (Gv 1,35-42)
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Il commento di Michele Cuttano, diacono
Il Vangelo di questa Domenica è tutto un movimento.
Movimento fisico, movimento di sguardi, movimento di cuori, movimenti di anime.
Giovanni indica ai suoi discepoli Gesù che passa.
I discepoli non se lo fanno ripetere due volte: partono, seguono Gesù.
Come deve essere stato provocante quel passaggio di Gesù nella vita di quei discepoli.
Voglio cercare di attualizzare questa situazione nella nostra vita.
Noi certamente siamo di quelli che non amiamo attendere, le nostre esistenze sono così frenetiche; il tempo dell’attesa per noi è tempo perso, buttato.
Vuoi un esempio?
Fatti la fila alle poste nel periodo delle pensioni o dal medico quando c’è il “picco influenzale” o il sabato mattina al supermercato o all’esattoria in certi periodi…, vedi dopo una mezz’oretta che sensazioni cominci a provare dentro il cuoricino.
Figurati se poi ci mettiamo insieme a Giovanni ad aspettare che passi nella nostra vita il Figlio di Dio!
Diciamo, educatamente, che siamo da “tutt’altre faccende affaccendati”.
Attendere,  seguire, missione, chiamata; sono roba da preti, da suore, da consacrati o per gente che ha la “testa fresca”.
Alla maggior parte di noi come incontro con Dio basta (e avanza) quello domenicale.
In realtà, cari fratelli c’è un incontro molto profondo che Cristo vuole fare con noi.
Per i primi apostoli a questo incontro è seguito un cambiamento di vita, un totale cambio di obbiettivi di vita. Anche per noi l’incontro con Gesù corrisponde al momento in cui tutto è cambiato? O forse possiamo dire: “Passato l’entusiasmo iniziale, caratterizzato da una grande gioia, un po’ alla volta tutto si è spento?” 
Ecco, per molti versi dopo il viaggio di nozze con Gesù, passato quell’entusiasmo è diventato tutta una grande noia, una routine, un grigiore.
Quanti di noi vivono il proprio “essere cristiani” come dei chiamati non chiamati da nessuno?
A girarci intorno, ascoltando le notizie alla televisione si direbbe che il cristianesimo è stato relegato nelle sacrestie.
Quando poi si va nella vita di tutti i giorni allora devi vedere “dove mettere le mani”.
E tutti i cristiani che la domenica affollano le chiese, che durante le messe si battono il petto, 
che fine hanno fatto?
La chiamata al seguire Cristo che frutti ha portato?

Caro fratello, quando Gesù passa nella tua vita tu hai lasciato tutto e lo hai seguito?
Ecco, questa seconda Domenica del tempo ordinario (che poi non è tanto ordinario), viene proprio a chiederci: Scusa, ma tu oggi, concretamente, nei “fatti tuoi”, chi stai seguendo?  
Pare che un padre della Chiesa abbia detto che “l’inferno è tappezzato dalle nostre buone intenzioni”.
Voglio terminare questa mia riflessione con un pensiero di un sacerdote francese che sento molto vicino alla mia spiritualità, al mio modo di sentire vicino alla mia vita Dio.
Questo sacerdote lo conobbi grazie ad un libro che mi regalò il mio amato parroco in una occasione strana della mia vita. Ebbi un brutto incidente stradale e rimasi per diversi giorni immobilizzato a letto. Lui venne più volte a trovarmi, in una di queste mi regalò un libro di Michel Quoist dal titolo “Lo Sguardo dell’Infinito”.
Secondo me, prima di regalarmelo gli aveva dato una bella lettura…  
Trovai infatti sottolineato, a matita, questa frase: “Bisogna esser adulti con il cuore da bambini” (era la fotografia papale papale del mio parroco)      
Quando ti incontri con lo sguardo della persona amata per lasciare tutto e seguirla devi avere proprio un “bel cuore da bambino”.
Altrimenti ti perdi a fare calcoli! 

(Luceraweb – Riproduzione riservata)

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